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Quattro chiacchiere con...

KBTO PHOTO tra fotografia autentica ed emozione

Carlos Alberto Rivadeneira Vergara, fondatore di KBTO · PHOTO, da oltre 30 anni racconta storie attraverso la fotografia.

Ci sono immagini che si guardano. E poi ci sono immagini che si ricordano.

Nel mondo della fotografia, la differenza non sta solo nella tecnica, ma nello sguardo. In ciò che si sceglie di vedere, e soprattutto in ciò che si riesce a raccontare.

In un’epoca in cui tutto viene fotografato, c’è chi continua a cercare qualcosa di più profondo: il momento che non si può ripetere, l’emozione che dura un attimo ma resta.

È qui che si inserisce il lavoro di Carlos Alberto Rivadeneira Vergara.  Il suo lavoro si inserisce perfettamente nel mondo degli eventi privati, dove ogni dettaglio contribuisce a creare un ricordo.   Il suo è uno sguardo discreto ma presente, capace di osservare senza invadere e di cogliere ciò che accade prima ancora che accada.

La sua fotografia è cinematografica, spontanea, viva: non costruisce la scena, la ascolta. Oggi sempre più eventi cercano proprio questo: trasformarsi in esperienze reali e non solo in momenti da documentare

Ci sono fotografi che documentano un evento. E poi ci sono quelli che lo trasformano in memoria.

Abbiamo voluto approfondire la sua visione, il suo approccio e il modo in cui oggi interpreta la fotografia tra eventi, persone e storie da raccontare.

L'INTERVISTA

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo lavoro? Un episodio che ti ha fatto dire: “questa è la mia strada”?

Fotografavo già da molti anni prima di farne una professione. Il momento in cui ho capito che poteva diventare davvero il mio lavoro è arrivato quando persone che non conoscevo hanno iniziato ad avvicinarsi per chiedermi quanto prendessi per fotografarle.

È stato lì che ho pensato: forse questa passione può diventare qualcosa di più.

Hai lavorato in tanti paesi diversi. Raccontaci dove e se c’è un luogo o un’esperienza che ti è rimasto davvero dentro più degli altri.

Ho lavorato come fotografo in Ecuador, Italia, Francia, Stati Uniti, Messico, Perù, Islanda e Spagna.

Tra tutti i luoghi in cui ho scattato, l’Islanda è sicuramente uno di quelli che mi ha segnato di più. È un posto in cui non avrei mai immaginato di andare per lavorare, e ancora meno pensavo di trovare dei clienti lì. Proprio per questo, quell’esperienza mi è rimasta dentro in modo speciale.

Lavorare con persone di culture diverse cambia il tuo modo di fotografare? In che modo?

Sì, cambia molto.

Ogni paese ha la sua cultura e ogni persona ha un modo diverso di comportarsi, di esprimersi e di vivere un momento. Per questo, in ogni contesto, ho dovuto imparare ad adattarmi ai clienti, osservandoli e capendo il loro modo di essere mentre li fotografavo.

Mi piace molto lavorare con persone diverse, perché ogni incontro mi insegna qualcosa. Credo che sia proprio questo a farmi crescere ogni giorno.

Oggi lavori anche in Italia. Che differenze hai trovato rispetto agli altri paesi in cui hai lavorato?

L’Italia è meravigliosa.

Le differenze rispetto ad altri paesi si sentono, ma in modo molto bello. Ho trovato persone educate, gentili, simpatiche, aperte e disponibili e devo dire che sono sempre state molto accoglienti anche con me, che arrivo da una cultura latina.

Tra matrimoni, eventi privati e aziendali, qual'è quello che ti mette più alla prova? E perché?

Gli eventi che mi mettono più alla prova sono i battesimi, le comunioni e i matrimoni.

Sono occasioni che non si possono ripetere e proprio per questo richiedono un livello di attenzione altissimo. Devo essere sempre pronto a qualsiasi imprevisto e non posso perdere di vista le persone neanche per un istante, perché i momenti più importanti durano davvero un attimo.

L’emozione, in questi casi, passa in microsecondi. E il mio lavoro è essere lì, esattamente in quel momento.

Quando fotografi, preferisci guidare le persone o lasciare che tutto succeda in modo naturale?

Ho sempre detto ai miei clienti e anche ai miei studenti che la cosa migliore è lasciare che tutto fluisca.

Solo così si riesce a cogliere le persone per quello che sono davvero. Per questo, quando fotografo, preferisco lasciare che le cose accadano in modo naturale.

Quando invece si tratta di sessioni personali con persone poco abituate alla macchina fotografica, allora do qualche suggerimento, ma sempre con l’idea di aiutarle a sentirsi se stesse e a restare il più naturali possibile.

C’è qualcosa che fai sempre per mettere le persone a proprio agio davanti alla macchina fotografica?

Sì: essere me stesso.

Non mi piace indossare maschere. Sono una persona molto estroversa e cerco sempre di creare un’atmosfera leggera, spontanea e divertente, perché voglio che l’esperienza davanti alla macchina fotografica sia bella da vivere, non solo da ricordare.

Negli eventi aziendali lavori molto con le persone. Cosa cerchi di raccontare davvero quando fotografi un brand?

Negli eventi aziendali cerco sempre di lavorare con lo stesso approccio che uso negli eventi privati.

Per me è importante che emerga la personalità del brand, ma senza dimenticare mai le persone. Sono loro a rendere viva l’esperienza, ed è proprio attraverso di loro che un marchio riesce davvero a raccontarsi.

C’è un momento che aspetti sempre quando fotografi? Quello che per te fa davvero la differenza?

Sì, ci sono momenti che cerco sempre.

Uno sguardo che arriva senza chiederlo, una risata spontanea, un bacio non costruito, un piccolo imprevisto che rompe la perfezione. Sono quei microsecondi che per me valgono oro.

È lì che succede qualcosa di vero. Ed è proprio da lì che nasce un ricordo capace di restare.

Se una persona oggi deve scegliere un fotografo, cosa dovrebbe guardare davvero?

Secondo me dovrebbe guardare prima di tutto la simpatia, l’onestà e la spontaneità.

Un buon fotografo deve saper cogliere i momenti senza forzarli, deve restituire un lavoro completo e curato, e deve anche essere corretto nei tempi di consegna.

Per me è importante che chi sceglie un fotografo senta di potersi fidare, sia sul piano umano sia su quello professionale.

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